| Risposta al professor Adriano Ossicini sulla psicologia clinica
News del 13-12-2005
Il professor Adriano Ossicini , medico psichiatra infantile, ordinario di psicologia generale alla Sapienza di Roma e presidente onorario del Comitato Nazionale di Bioetica, uno dei padri della legge n.56/1989 " Ordinamento della professione di psicologo ", ha dichiarato secondo quanto riportato dall' Ansa che gli psicologi "hanno perfettamente ragione ( - ) Nel metodo perché non c'é stata alcuna consultazione preventiva né delle facoltà, peraltro numerosissime su tutto il territorio nazionale, né dell'Ordine degli Psicologi.
Modifiche come questa vanno assolutamente discusse con i soggetti interessati prima di vararle. Tra l'altro desta qualche sospetto la tempistica del provvedimento (Decreto del Ministro Istruzione Università Ricerca " Riassetto delle Scuole di specializzazione area sanitaria " G. U. n. 258 del 5/11/2005, ndr), varato in agosto quando tutti sono in vacanza (.).
Intanto c'é una sentenza del Consiglio di Stato che non può essere ignorata e che stabilisce con chiarezza che la psicologia clinica è una branca della psicologia e non della medicina, riservata agli iscritti all'Ordine degli Psicologi.
Ci sono voluti anni per arrivare a questo e ora vogliono tornare indietro ... è incomprensibile.
Se non ammettendo che dietro la decisione ci sono interessi di carattere economico. Si sottrae, infatti, alla categoria degli psicologi un ampio settore di occupazione.
La psicologia clinica si applica per lo più a persone sane, concerne tutta l'area dei rapporti interpersonali, è legata alle tecniche dei colloqui. Basti pensare agli psicologi del lavoro, scolastici. Porre in concorrenza su questi temi medici e psicologi è come contrapporre un vaso di ferro a un vaso di coccio.
Nessuno intende contestare ai medici la loro formazione psicologica, ma perché appropriarsi anche di una branca che in tutti i paesi del mondo è prerogativa degli psicologi ? ".
Ecco la mia risposta in qualità di esperto nella Commissione per i problemi della psicologia e psicoterapia della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO).
In Italia la psicologia clinica ha un antico e solido sviluppo e radicamento in figure di medici che hanno contribuito e contribuiscono validamente in tale ambito, con un'impostazione che ritiene che la medicina non sia scindibile dal trattare - con competenza professionale - gli aspetti emozionali e le caratteristiche personologiche dell'individuo.
La stragrande maggioranza delle attuali scuole di specializzazione in psicologia clinica ha sede presso facoltà di Medicina e sarebbe paradossale escludere i medici da una specializzazione insegnata proprio nelle loro sedi universitarie di apprendimento!
L'obiettivo di tenere fuori i medici dalla psicologia clinica significa culturalmente rinchiudere la medicina nello specialismo tecnologico, il che sancirebbe ulteriormente la scissione tra corpo e psiche, proprio in un momento in cui un filone consistente della medicina mira al recupero dell'unitarietà dell'individuo nell'ambito dell'approccio alla malattia ed alla salute.
"Ascoltare e parlare" al proprio paziente e sviluppare tale competenza comunicativa anche attraverso l'acquisizione della specializzazione in psicologia clinica non può essere sotto tutti i punti di vista di esclusiva pertinenza dello psicologo !
Infatti una cosa è il percorso formativo ed una cosa è la disciplina concorsuale inerente lo sbocco professionale.
Non tutti gli insegnamenti universitari hanno delle corrispondenti discipline concorsuali nel servizio pubblico, così come non tutte le discipline concorsuali hanno uno specifico ed unico percorso universitario a monte.
Confondere o ragionare come se le due cose fossero totalmente coincidenti significherebbe confutare la divisione dei poteri e l'articolazione delle prerogative delle diverse istituzioni, cioè ciò che è tipico dell'assetto democratico in cui operiamo.
L'università insegna (ed oltre la libertà di insegnamento peculiare dei docenti, c'è la più diffusa libertà di apprendimento per il fatto che è di tutti i cittadini indistintamente) ed ovviamente appronta dei percorsi formativi che possano sostenere un congruo ed adeguato sbocco professionale.
Ma il suo compito è insegnare e non produrre sbocchi professionali.
Gli sbocchi professionali sono nella libera professione (che ha la sua regolamentazione) e nell'accesso al servizio sanitario nazionale tramite selezioni e concorsi, che hanno le loro regolamentazioni e procedure.
Mettere insieme tutto è ridurre a slogan un'articolazione e complessità tipiche delle società istituzionalmente avanzate.
Percorso formativo (universitario e non) e disciplina concorsuale restano dunque due cose distinte, anche se ovviamente collegate, ma non totalmente sovrapponibili.
L'impossibilità di sovrapposizione è proprio a garanzia della complessità dei fondamenti e delle impostazioni istituzionali che ci sovrintendono.
Perciò è incredibile volere escludere i medici dall'accesso e frequenza di una scuola di specializzazione - quella in psicologia clinica -, che tra l'altro viene prevalentemente insegnata nelle facoltà di Medicina!
E' semmai nelle discipline concorsuali che va operata la pertinente modalità di sbocco lavorativo per medici specialisti in psicologia clinica e psicologi specialisti in psicologia clinica.
Attaccare la libertà di apprendimento ed insegnamento francamente è inaudito.
Faccio un esempio che attiene la mia esperienza: sono docente esterno (cioè invitato) di " Legislazione Psichiatrica e Normativa sulla Psicoterapia " al corso di perfezionamento in Psichiatria Sociale della Facoltà di Medicina della Seconda Università degli Studi di Napoli (SUN). Tale corso di perfezionamento universitario post laurea ha come iscritti medici, psicologi, sociologi.
Insegno tra l'altro le procedure per il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) che né gli psicologi, né i sociologi possono attivare.
Eppure se diverranno psicologi dirigenti o sociologi dirigenti in un Dipartimento di Salute Mentale del servizio sanitario nazionale (semmai anche grazie alla presenza nel loro curriculum del perfezionamento universitario in Psichiatria Sociale, tra le cui materie hanno anche studiato "Legislazione Psichiatrica e Normativa sulla Psicoterapia") quasi sicuramente questo apprendimento-competenza sosterrà meglio la loro pratica professionale nel servizio pubblico.
Comunque il riassetto delle scuole di specializzazione di area sanitaria fa parte del processo di recepimento ed adeguamento alla normativa europea.
Ragionare in un'ottica unicamente locale può determinare confusioni e pasticci normativi: bisogna infatti ricordare che l'Italia è l'unico paese europeo che prevede o la laurea in Medicina o la laurea in Psicologia per accedere alla successiva formazione quadriennale in psicoterapia.
Il fatto è che formalmente a livello europeo non è inquadrata e formalizzata la professione di psicologo e quindi per la psicologia l'aggancio all'area sanitaria è l'unica maniera per incidere in maniera forte per una definizione a livello sovranazionale della figura dello psicologo.
L'altra strada per gli psicologi è quella di confluire con altre figure emergenti ma con poca storia alle spalle, con le quali condividere una formazione in psicoterapia che si sgancerebbe dalle attuali lauree in Medicina o in Psicologia.
È una scelta che spetta agli psicologi e che comunque a seconda dei casi prefigura conseguenze diverse.
Personalmente non vedo motivi di separazione tra medici e psicologi, ma solo reimpostazioni dei rispettivi ambiti di intervento professionale.
Non sovrapposizioni ma comunque contiguità.
Il fatto è che dopo la de-medicalizzazione della psicoterapia è in corso un marcato processo di de-psicologizzazione della psicoterapia ed il termine consulenza diventerà il cavallo di Troia di tale processo.
Dopo l'erosione della professionalità del medico assisteremo sempre più alla erosione della professione dello psicologo!
Dunque il solido aggancio all'area sanitaria diventa indispensabile.
Del resto la parola "clinica" aggiunta a psicologia ben esprime la connessione con i malati e le strutture che si occupano di loro.
Maurizio Mottola
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