Felicità senza colpa
La severità con se stessi e la paura di essere giudicati sono le vere cause del mal di vivere.
Lucio Della Seta, grande analista junghiano, spiega come uscirne
di Luca Carra
Il cane accucciato sul divano. Libri, soprattutto romanzi, per terra e sui mobili. La stanza inondata di luce che affaccia sull'orto botanico di Roma, nel cuore di Trastevere. Lucio Della Seta riceve qui le sue anime tormentate. Capelli bianchi, l'eterna sigaretta, uno sguardo vigile e tollerante avvolge e acquieta, almeno per il tempo della seduta, timori e tremori del popolo di nevrotici, ansiosi e depressi che gli fanno visita. Della Seta, analista junghiano che non disdegna gli insegnamenti del "nostro grande padre Freud" e delle tecniche comportamentali, in realtà non ama le etichette, né per sé né per i suoi pazienti. "La prima cosa che dico a chi è perseguitato dal male di vivere è di non credersi malato. Il numero di persone afflitto da problemi psicologici è infinitamente più alto di coloro che hanno il coraggio di ammetterlo. Chi soffre di ansie e attacchi panico, per esempio, nei momenti di crisi si sente morire, crede di diventare pazzo. Ma una cosa è certa: non morirà e non perderà la ragione". La ricetta è quindi di rassicurarlo, magari con l'aiuto di un farmaco, per poi affrontare l'altalena di ansia e depressione smontando il meccanismo perverso che la genera e che va sotto il nome di senso di colpa. Ecco la chiave di tutto. Tanto che Della Seta ha voluto scrivere un libro su questi fenomeni, titolandolo 'Debellare il senso di colpa' (Marsilio 2005).
Il senso di colpa segue di solito un torto inflitto ad altri. Sentirsi colpevoli non è forse un correttivo importante delle nostre azioni?
"Il senso di colpa di cui parlo nel mio libro non consegue a un'azione: è piuttosto un sentimento indeterminato e potentissimo di inadeguatezza personale, che ci perseguita anche senza aver compiuto alcunché di sbagliato, e che ci fa vivere un'intensa paura immotivata. Questa è la vera radice delle ansie e del panico: provare paura di morire anche di fronte a situazioni che non rappresentano un reale pericolo per noi. Molti di noi, chi più chi meno, si sentono costantemente giudicati dai propri simili e ne cercano il consenso. Nei soggetti più predisposti, questa preoccupazione scatena attacchi irresistibili di paura, e da qui l'ansia. La vulgata vuole che sia l'ansia a scatenare i tipici sintomi del panico: tachicardia, affanno respiratorio, vertigini, sudorazione. E invece è vero proprio il contrario: questa paura ancestrale del giudizio altrui innesca in pochi millesimi di secondo questa tempesta neurovegetativa, che a sua volta si traduce in ansia".
Ma la paura è un istinto basilare della specie umana, perché aumentando la frequenza cardiaca e la quantità di ossigeno inspirata, e quindi di energia a disposizione, prepara alle due reazioni fondamentali di fronte al pericolo: la fuga o la lotta.
"Esatto. Peccato però che nell'ansioso questo succeda non perché gli si para improvvisamente davanti una tigre affamata, ma perché si trova alle prese con una situazione di confronto sociale, o una scadenza importante che sa di non riuscire a rispettare. Questi, a ben pensarci, non sono veri pericoli. Non si rischia la vita presentandosi a un esame impreparati, ma solo una brutta figura. Il primo passo, molto difficile, è quello di capire la differenza fra pericoli reali e immaginari".
Da dove proviene questo senso di colpa immotivato e senza oggetto reale che ci condiziona tanto?
"Dall'infanzia. Nei primi anni di vita, e fino alla conquista dell'autonomia durante l'adolescenza, il piccolo d'uomo è un essere indifeso che va costantemente controllato e ripreso per evitare che metta a repentaglio la sua vita. Compito dei genitori è di esercitare l'autorità attraverso continui atti di repressione. In parte questo meccanismo è inevitabile. Ma se l'intervento dei genitori eccede in colpevolizzazione, ed è accompagnato a freddezza, aggressività, ritiro d'affetto, il bambino vive questi episodi come catastrofi che non riesce a spiegarsi se non pensando di essere 'sbagliato'. Solo dopo i cinque anni il bambino comincia a ragionare secondo le categorie di causa ed effetto; prima non capisce il senso delle sgridate e, se queste sono fuori misura, ne soffre terribilmente. Al punto che con gli anni il senso di inadeguatezza e di colpa diventa una componente profonda del suo essere che genera le nevrosi e l'ansia".
Quali sono le spie di una personalità ansiosa e afflitta da questa colpa primigenia?
"La più tipica è l'incapacità di fronteggiare gli altri e di dire dei bei 'no'. C'è una tendenza a voler compiacere a tutti i costi gli altri, che fa soffrire in modo sproporzionato. Ma si possono citare anche altri comportamenti tipici: il richiedere attenzioni eccessive dal prossimo, l'essere irragionevolmente aggressivi, gelosi, indecisi, superstiziosi, ipocondriaci".
Basta la psicoterapia per uscirne?
"No, non basta. L'analisi è importante per capire meglio se stessi. Ma alla consapevolezza intellettuale deve associarsi un lavoro emotivo che smuova le resistenze. È importante ascoltare i propri dialoghi interiori non censurando i pensieri che sembrano più strani e inconfessabili, perché ci raccontano molte verità. Anche i sogni sono dei meravigliosi forzieri di emozioni profonde che vanno colte e comprese. Poi, per chi ha forti difficoltà sociali dovute all'ansia, bisogna lavorare con veri e propri esercizi che portino gradualmente a un decondizionamento dalle paure che ci opprimono".
Per esempio?
"Poniamo che lei tema molto il giudizio degli altri, non si voglia far nemici, sia incapace a dire 'no'. Bene, le dò qualche compito: prima di tutto entri in un bar e chieda dove si trova la toilette senza consumare. Uscito dalla toilette, esca dal bar senza ringraziare".
Ma è da villani!
"Pazienza, il barista sopravviverà all'insulto e a lei non accadrà assolutamente nulla. Certo, per un forte ansioso anche una cosa del genere sembra terribile, un pericolo mortale...".
Poi, che cos'altro dovrei fare?
"Entri in un negozio di vestiti, se ne provi vari e non compri nulla. Alle insistenze del venditore non si giustifichi. Risponda solo 'no, grazie' ed esca".
Mi sentirei molto a disagio...
"Vede? È una gran fatica fronteggiare questi pericoli inesistenti, ma le assicuro che dopo aver eseguito una serie di esercizi di difficoltà comincerà a sentirsi meglio, molto meglio. Glielo assicuro".
Non bastano le analisi e le parole, insomma. Bisogna anche mettersi in gioco.
"Sì. E col tempo ciò che terrorizzava apparirà come un brutto ricordo del passato, che ci ha fatto soffrire per niente. Io dico sempre che c'è un modo radicale per guarire dal senso di colpa e riagguantare la relativa felicità che ci è concessa in questo mondo...".
Qual è?
"Sbarazzarsi della credenza che esista il libero arbitro. Più di altri filosofi, Spinoza l'aveva capito bene, quando scriveva, nella sua 'Etica': "Gli uomini si credono liberi soltanto perché sono consapevoli delle loro azioni e inconsapevoli delle cause che le determinano". La filosofia ci insegna che il nostro agire è determinato dalla vita che abbiamo vissuto, che come una corrente ci trascina lungo il suo corso. Se si capisce questa intuizione, la colpa metafisica si dissolve".
Ma il rischio è che, insieme alla colpa, si dissolva anche la giusta punizione e il senso di responsabilità, che il libero arbitrio in qualche modo giustifica.
"Non è vero. Senza colpa, e senza l'idea sbagliata di poter scegliere, la vita sarebbe più felice e i nostri istinti positivi non verrebbero eclissati dalle nevrosi, che proprio della colpa si alimentano".
Dobbiamo dire 'sì' alla vita, allora, come intimava Nietzsche all'uomo in procinto di trasformarsi in superuomo?
"Un pensiero del genere l'ha avuto anche Jung, all'indomani di una grande depressione: 'Un'altra cosa mi è venuta dalla malattia. Potrei formularla come un'accettazione positiva delle cose così come sono; un sì incondizionato a ciò che è, senza proteste soggettive, un'accettazione delle condizioni dell'esistenza come io la vedo e la capisco, accettazione della mia stessa natura come mi accade di essere. In questo modo forgiamo l'Io che non si spezza quando accadono cose incomprensibili. Un Io che resiste e accetta la vita'. Così scriveva".
Torniamo al nostro quotidiano purgatorio. Qualche consiglio ai genitori per non allevare bimbi colpevoli e stressati?
"Ricordiamo l'accorata lettera che Franz Kafka ha scritto a suo padre: 'Mi è sempre stata incomprensibile la tua assoluta insensibilità al dolore e alla vergogna che suscitavi in me con le tue parole e i tuoi giudizi, era come se non ti rendessi conto del tuo potere'. Rendetevi conto del potere divino e imperscrutabile che avete sui vostri bambini, ai quali un urlo e uno schiaffo bastano per gettarli nella disperazione. Esercitate il vostro potere con tolleranza e dolcezza. Con umanità, insomma".
Cinque passi verso il panico
Ecco i sintomi fisiologici che caratterizzano l'attacco d'ansia.
1. L'attacco di ansia può accadere in qualsiasi momento e ovunque (sul lavoro, mentre ci si sta addormentando, per strada, da soli o in compagnia).
2. Si comincia a sentire un malessere generalizzato, che può interessare lo stomaco o la testa (la si sente leggera), o dare una sensazione di vertigini e di derealizzazione.
3. In poche frazioni di secondo si scatena una tempesta neurovegetativa che può dare, come sintomi, una frequenza cardiaca accelerata, fame d'aria, sudorazione abbondante.
4. I sintomi dell'attacco d'ansia o panico (nella foto sopra: il cervello durante una di queste crisi) in molti casi possono dare l'impressione dell'imminenza della morte, e questa sensazione non fa che peggiorare i sintomi.
5. L'attacco si cura a breve termine con ansiolitici e antidepressivi, prescritti dal medico. Ma può essere utile associare il trattamento farmacologico con una psicoterapia.
L'articolo è tratto dal mensile l' "Espresso online ". Potrete trovare l'originale a cliccando qui |